Menu principale:
Articoli
UNA SERATA CON ENRICO DONNINI
Nicola Picchione
Il nostro club ha avuto il piacere e l’onore di ospitare ancora una volta Enrico Donnini.
Parlare di lui e delle sue opere può apparire superfluo e si corre il rischio di cadere nell’ovvio o nel retorico. E’ doveroso, tuttavia, annotare una serata che non dimenticheremo e un autore che amiamo per ciò che riesce a donarci.
Enrico è un maestro e un poeta degli audiovisivi. Le sue opere non ti colpiscono mai con violenza: sono signorili, discrete come il loro autore ma ti entrano nell’anima e ti lasciano una traccia, un profumo di cose ormai rare in questo mondo ingaglioffito che si esibisce sempre più in una spettacolarità scollacciata, edonistica, sprezzante, sorda tra gli urli, cieca in un mare di luci abbaglianti.
Sono un alfabeta di audiovisivi ma immagino quanto sia difficile realizzarli, non tanto tecnicamente quanto per densità di contenuti e per equilibrio fra le parti; sono come le triadi musicali dove ogni nota deve essere in armonia con le altre. Le immagini – che affascinano il fotografo- non debbono sopraffare le parole e i suoni ma debbono rimanere parte di una creatura unica. Il fascino delle opere di Enrico, però, non sta soltanto nel pieno equilibrio della partitura. I suoi sono racconti dello spirito, non semplici descrizioni di un mondo sia pure descritto con eleganza, con amore spesso filtrato attraverso una nostalgia che non decade mai in sentimentalismo.
Abbiamo visto audiovisivi brevi ma densi, capaci di racchiudere molto in poco: sonetti o canti (leopardianamente) che ci commuovono – cioè muovono i nostri sentimenti all’unisono con quelli dell’ autore- e lasciano in noi la sensazione di impressioni e sentimenti che avevamo già dentro e non sapevamo esprimere. Come il filosofo ha socraticamente la funzione di levatrice della verità così l’artista estrae da noi, con la sua opera, sensazioni ricordi impressioni . Mai l’immagine è nelle opere di Enrico fine a se stessa: è evocatrice, è scelta per annotare pensieri, ricordi, sensazioni.
Viene in mente il tramonto descritto nel Purgatorio che non si sofferma su uno scenario pittorico ma descrive il sentimento suscitato dal tramonto ( “l’ora che volge al disìo”) nel viaggiatore lontano dalla sua terra. Quando ci parla di Firenze o della campagna toscana, Enrico sa tenersi lontano dalle scene consuete, belle ma ormai retoriche, da calendario: va al sodo, all’ intimo, cerca nei piccoli
angoli dove si cela lo spirito dei luoghi e delle persone; vede ciò che a molti sfugge e ce lo porge con parole sommesse ma accorate, dense di affetto. Apre il suo cuore- e il nostro- a ricordi, atmosfere che non hanno solo il profumo del passato ma vivono nel presente: basta saperle scoprire.
Quando parla dell’autunno – così caro ai fotografi per i suoi colori fascinosi- ne cerca e propone gli aspetti intimistici, le atmosfere di una stagione morente e dolce. E se gli viene in mente di parlarci – in un famoso audiovisivo che si rivede ogni volta con piacere- di un animale tanto usato quantodisprezzato come il maiale, riesce a usare toni che senza tradire il realismo sanno essere ironici e
scuotono il nostro orgoglio di creatura a immagine divina quasi umiliando la nostra mancanza di pietas che invece sembrano avere quegli animali che egli ci mostra assistere attoniti all’uccisione (ottima lezione di montaggio come parte essenziale della creazione artistica).
Più che umanizzare la natura, cioè trasportala nel nostro esistere, Enrico sembra voglia naturalizzare l’uomo cioè portare lui verso la natura. Questa, forse, è solo una mia impressione:
Enrico che non è un filosofo ma un artista non vuole ammaestrarci ma soltanto ricordare il nostro ruolo nel mondo accostandoci alla natura per apprezzarla e amarla attraversi i sentimenti che essa ci permette di evocare. Riesce così anche a farci pensare ma soprattutto ci dona magistralmente e generosamente momenti di godimento e di sentimento nel quale talora può affiorare in chi non è più giovane anche una sfumata malinconia.
Poesia fatta di un equilibrato insieme di immagini, suoni, parole. Voci intime provenienti dal mondo che è vicino a noi senza bisogno di grandi viaggi (bastano i viaggi dell’anima; saper vedere, saper ascoltare, saper riferire). Creazioni da godere in silenzio. Questo- e forse di più- sono per me i componimenti di Enrico Donnini.
Per questo lo ringraziamo e per questo speriamo di averlo ancora tra noi.
Firenze, 12 Dicembre 2008
Menu di sezione: